grandinoso
Io e la mia amica Vanessa ci siamo tuffate un giorno nel mondo spumantistico bresciano; sebbene sia a due passi da casa, quindi ben conosciuta, la Franciacorta riserva sempre belle sorprese (e gradite conferme).
La prima tappa è da Camossi, un’azienda vinicola a conduzione familiare fondata nel 1996. I suoi vigneti si estendono per circa 30 ettari distribuiti in cinque comuni della Franciacorta: Erbusco, Paratico, Provaglio d’Iseo, Passirano e Cologne.
Queste aree presentano terreni e microclimi differenti, una caratteristica tipica della Franciacorta: la varietà dei suoli (morene glaciali, argille, sabbie) e delle esposizioni permette di ottenere uve con caratteristiche diverse, che si riflettono poi nello stile e nella complessità dei vini prodotti.
L’azienda produce circa 70.000 bottiglie all’anno senza aggiunta di zuccheri esogeni, sia per il tiraggio che per il dosaggio finale; questa scelta stilistica si traduce in vini dove le note fruttate emergono e le famose (o famigerate) note di “lieviti” (ad esempio la crosta di pane) vengono meno. “Per fortuna”, pensiamo noi.
Nicoletta deve averci letto nel pensiero perché, mentre passeggiamo tra i filari ad Erbusco, ha espresso il suo sentire con una schiettezza che ci ha immediatamente conquistato, cambiando la polarità della visita, da un incontro tecnico ad una degustazione fatta di passione e umanità.
La degustazione che ci ha proposto è stato uno scambio di sensazioni sincero e diretto.
Abbiamo provato:
- L’esilio (extra brut e extra brut rosé) a base di pinot nero dell’Oltrepò Pavese, dove l’azienda ha alcuni terreni: note di frutta e persistenza.
- Dosaggio Zero (70% pinot nero, 30% chardonnay), proveniente da terreni a Cologne (Monte Orfano): vino di polpa e sapidità.
- Rosé di Provaglio d’Iseo (pinot nero, extra brut): piacevole nel colore e nel gusto.
- Riserva 177 (extra brut, 60% chardonnay, 40% pinot nero, 177 mesi sui lieviti, sboccatura 12/2023): quando ancora si usavano zuccheri esogeni (vendemmia del 2008, quindi la crosta di pane si percepisce 🙂 ) ma il lungo affinamento sur lies dona al vino complessità.
Entusiaste per la degustazione e felici per l’incontro con Nicoletta ci siamo dirette verso l’azienda Il Pendio di Michele Loda.
L’azienda è situata a Monticelli Brusati a circa 400 m slm e si estende per circa tre ettari di vigneto, oltre ad un oliveto e al bosco.
Per me è stato un ritorno al Pendio, felice di rivedere il favoloso noce sul cucuzzolo, caposaldo della collina, e ancor di più di ascoltare Michele, vignaiolo di sostanza e grande profondità.
Michele dona anima e corpo ai suoi vigneti, sembra quasi che sussurri ad ogni ceppo di vite; credo che a volte imprechi anche, vista la fatica che si fa a potare, a raddrizzare i pali, a sfalciare l’erba, a cimare, a trattare, a raccogliere.
Una fatica sostenibile solo se c’è un motore vitale alimentato da grande passione e tenacità, ciò di cui Michele è ben dotato.
Se non avesse queste doti, come poter sboccare a mano una media di 1000 bottiglie al mese con attrezzature “obsolete”?
Altro che le gyropalette e i macchinari per il dégorgement automatizzato!
Con Michele si è parlato di linfa vitale e delle sue vie preferenziali, nella vite e nella vita.
Si è ragionato sul fatto che l’acidità nelle basi spumanti ha effettivamente “rotto le scatole” perché è la polpa del frutto che dona piacevolezza e persistenza; in altre parole ti fa venir voglia di finire la bottiglia.
Dulcis in fundo, per la gioia dei sommelier aggrappati alla scheda analitico-descrittiva dei vini, Michele ha raccontato che riesce a riconoscere un vino la cui uva ha subito la grandine, vino che definisce “grandinoso”.
Credo che la spilla taste de vin che tengo nel cassetto a casa abbia tremato; io e Vanessa abbiamo effettivamente percepito la “grandinosità” in uno dei vini in degustazione.
Per me è stato come vedere delle bolle colorate munite di corone luccicanti, per Vanessa (da brava montagnina) è stato come alzare il naso all’insù, sentendo odore di neve.
No, non era LSD, era un vino (Trait d’union 2017 a base di pinot nero, pinot bianco, chardonnay) che Michele ha fatto con quello che è riuscito a raccogliere quell’anno sfortunato. Direi che è riuscito a trasformare le avversità atmosferiche in un vino pieno che va dritto al cuore.
Abbiamo assaggiato Il Contestatore 2018 (chardonnay, sboccatura 6/2025) e Momi 2018 (pinot bianco, sboccatura 12/2024), i cui nomi di fantasia si ispirano direttamente all’animo di Michele, che non risparmia la verità a nessuno, e all’amico Momi, mancato tempo fa, che ha lasciato un vuoto molto pieno nel cuore di Michele.
Vini che rimangono ben impressi nelle nostre papille gustative e nel mio cuore.
Saremmo rimaste a chiacchierare per ore.
Di ritorno a casa io vedevo ancora le palline con le corone, Vanessa sentiva la neve in arrivo.
Questa è quella che i sommelier chiamano “persistenza” di un vino!